Yohji Yamamoto: il poeta in nero che ha cambiato la moda

Yohji Yamamoto è uno dei designer più influenti della sua generazione e tra gli stilisti famosi più ispiratori, soprattutto oggi. Cresciuto tra i tessuti della sartoria della madre e le ferite ancora aperte del Giappone del dopoguerra, ha trasformato il nero, i volumi ampi e l’imperfezione in un linguaggio riconoscibile quanto una voce poetica.

Quando arriva a Parigi all’inizio degli anni ’80, in un sistema dominato da spalline, glamour e seduzione, le sue silhouette oversize e sfilacciate vengono lette come un atto di rottura: la stampa lo ribattezza corvo giapponese, ma in quella ombra c’è un modo completamente diverso di pensare il corpo, il tempo e il vestire.

Le origini: biografia e formazione

Yohji Yamamoto nasce a Tokyo nel 1943, in piena guerra. Il padre muore al fronte e la madre – figura centrale nell’immaginario dello stilista – porta avanti da sola una piccola sartoria nel quartiere di Kabukichō. È lì che Yamamoto cresce, osservando, imparando a rispettare i tessuti come materia viva, capendo che un abito è prima di tutto un atto di cura verso chi lo indossa.

La formazione accademica però sembra puntare altrove. Si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza della Keio University, che completa alla fine degli anni ’60. Ma l’ingresso nella ordinary society – come lui stesso la chiamerà – non fa per lui. La carriera legale resta un orizzonte possibile che decide deliberatamente di non percorrere. La svolta è l’iscrizione al Bunka Fashion College (Bunkafukuso Gakuin), la più prestigiosa scuola di moda giapponese. Là vince premi importanti – il So-en Award e l’Endo Award -e costruisce le basi tecniche di un mestiere che intende praticare con la stessa precisione di un artigiano e la libertà di un artista.

Lavora accanto alla madre, assorbendo quella sensibilità concreta alla costruzione del capo che rimarrà la spina dorsale di tutto il suo lavoro successivo: nessuna idea che non possa diventare stoffa, nessuna forma che non risponda al corpo di qualcuno.

Da Tokyo a Parigi: Yohji Yamamoto e il suo personale viaggio dell’eroe

Yohji Yamamoto

Nel 1972 Yamamoto fonda a Tokyo la Y’s Co. Ltd. e comincia a sviluppare una proposta di prêt-à-porter femminile radicalmente diversa da ciò che il mercato si aspettava: abiti funzionali, ampi, non sexy nel senso convenzionale del termine, con silhouette insolite per il periodo, che non stringono e non espongono. Le prime sfilate a Tokyo del 1977 lo collocano in una posizione eccentrica rispetto al ready-to-wear (RTW) dominante, ancora fortemente orientato ai modelli occidentali.

Prima di portare il suo lavoro a Parigi, Yamamoto fa una scelta significativa; torna in Giappone dopo una borsa di studio in Europa. Vuole che la sua voce sia riconoscibile e autonoma. Non intende adattarsi al sistema europeo ma intende confrontarsi con esso da una posizione di identità consolidata.

È una decisione che rivela già il suo carattere: lento, riflessivo, immune all’urgenza del successo immediato.

L’espansione del brand in Giappone e in Asia lungo tutti gli anni ’70 è graduale ma solida. Quando arriva la decisione di presentare a Parigi, agli inizi degli anni ’80, Yamamoto ha già un proprio linguaggio preciso.

La nascita dell’antimoda

Il debutto del marchio Yohji Yamamoto alla Paris Fashion Week avviene nel 1981. Le prime reazioni internazionali, tra il 1981 e il 1982, sono polarizzate: entusiasmo visionario da una parte, scandalo e disorientamento dall’altra. La stampa di settore fatica a trovare categorie per descrivere quello che vede. Gli abiti sono neri, oversize, sfilacciati, asimmetrici, rifiutando sistematicamente ogni silhouette seduttiva.

Il contesto è fondamentale per capire la portata di quell’irruzione. La Parigi dei primi anni 80 è dominata dall’opulenza: le maison couture esercitano ancora un potere quasi assoluto sul sistema moda, e l’estetica del periodo – spalline esagerate, colori brillanti, lusso ostentato – riflette un clima culturale segnato dall’edonismo e dalla logica del successo visibile. Il corpo femminile viene costruito e imbrigliato per essere esibito.

Leggi la guida: moda anni 80 e trucco anni 80 per saperne di più!

In questo paesaggio, Yamamoto e Rei Kawakubo (di cui ti parlerò in una guida dedicata) portano qualcosa che somiglia a un atto di resistenza. La stampa li chiama The Crows, i corvi, e il soprannome, col tempo, diventa un’etichetta di riconoscimento per un’estetica che aveva trovato il coraggio di essere scomoda.

L’idea di anti-fashion che emerge in quegli anni è una proposta alternativa, tra l’altro oggi attualissima: un vestire che libera il corpo dalla logica dell’ornamento e lo restituisce alla persona che lo abita.

E a proposito, hai mai sentito il termine karasu-zoku?

Chi sono i karasu zoku?

I karasu zoku (tribù dei corvi) erano una sottocultura giapponese esplosa nei primi anni 80, riconoscibile da look total black, androgini e decisamente avant‑garde. Il nome rimandava a gruppi di figure nere, come uno stormo di corvi, che invadevano le strade di Tokyo vestite con capi destrutturati, strati oversize, tessuti materici e accessori scuri, spesso firmati Yohji Yamamoto, Rei Kawakubo e altri designer d’avanguardia. Nati in opposizione al gusto kawaii e preppy dominante, i karasu zoku trasformano il nero in un gesto di ribellione: rifiutano silhouette fascianti e codici di genere rigidi, preferendo volumi che nascondono il corpo e un’estetica individualista, più vicina all’anti‑fashion che al glamour dell’epoca.

Lo stile di Yohji Yamamoto

mood Yohji Yamamoto

Il nero di Yamamoto non ha niente a che fare con la sofisticazione parigina. È qualcosa di più personale e più radicale. Viene dalla madre vedova, dagli anni di guerra, dal Giappone del dopoguerra: lutto, modestia, disciplina e sopravvivenza. Non è un colore scelto per eleganza ma piuttosto un colore che porta dentro di sé una storia.

Lo stilista concepisce il nero come un colore che rifiuta di compiacere e di decorare, ma che si sottrae. Crea un’ombra in cui la persona conta più del vestito.

Chi indossa Yamamoto non vuole essere guardato per quello che porta, ma per quello che è.

Le silhouette di Yohji Yamamoto rompono con la logica del fit occidentale, quella secolare ossessione per il vestito che segue il corpo, che lo valorizza mostrandolo. I suoi abiti invece avvolgono, stratificano e spesso scendono in modo imprevisto.

La decostruzione si manifesta in cuciture visibili e spostate, orli grezzi lasciati intenzionalmente incompiuti, destrutturazione del tailleur e dei codici del vestire maschile e femminile. Il tutto è il risultato di una tecnica sartoriale raffinatissima che decide deliberatamente di mostrare i propri meccanismi.

Dalla metà degli anni 90, le collezioni di Yamamoto integrano con sempre maggiore evidenza il linguaggio del kimono e dei capi tradizionali giapponesi dove la forma nasce dalla gravità e dal movimento. Qui avviene una riconciliazione tra avanguardia occidentale e radici nipponiche che nessun altro designer aveva compiuto con altrettanta coerenza.

Oltre lo stilista: il poeta in nero

Al centro del suo pensiero c’è sempre il tempo. I suoi capi sono concepiti per tutta la vita e non per essere sostituiti a ogni stagione. L’abito che si piega, si logora, prende le forme di chi lo indossa è, per Yamamoto, più vivo e più bello di un abito nuovo.

Il suo sguardo sulle donne è altrettanto distante dal mainstream. Nessuna idealizzazione, ma le sue figure sono autonome, spesso androgine, protette dai vestiti invece che esposte. La donna di Yamamoto non veste per piacere ma veste per se stessa e per la propria presenza nel mondo.

Il dialogo con musica, cinema e letteratura innerva tutta la sua carriera. Le sue sfilate hanno spesso la struttura di eventi poetici più che di presentazioni, e le sue collezioni si ispirano a personaggi letterari o cinematografici con la stessa naturalezza con cui altri designer guardano ai trend di stagione. Yamamoto è, prima di ogni altra cosa, un artista.

L’universo Yamamoto si ramifica nel tempo mantenendo una coerenza interna raramente vista nel fashion system. Y’s nasce come linea più quotidiana e accessibile, pensata per le donne reali della Tokyo anni 70. La linea principale YOHJI YAMAMOTO porta l’elaborazione più radicale. Nel 2002, il lancio di Y-3 in collaborazione con Adidas anticipa di decenni il fenomeno delle collaborazioni sport-lusso.

Il ruolo di Yamamoto nella definizione dell’estetica avant-garde degli anni 80 e 90 è inseparabile da quello dei suoi contemporanei Rei Kawakubo e Issey Miyake. Insieme, questi tre designer giapponesi ridisegnano il rapporto tra Oriente e Occidente nella moda, dimostrando che non esiste un’unica grammatica del vestire e che le tradizioni non-occidentali portano risorse estetiche e filosofiche che la moda europea non aveva ancora immaginato.

Conoscevi Yohji Yamamoto? Io lo adoro!

Mariagrazia Repola – redattrice lifestyle Glamcasamagazine

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