Yayoi Kusama: quando l’arte trasforma lo spazio

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Ultima modifica 29/08/2026

Yayoi Kusama ci ha lasciato il 14 agosto 2026, in un ospedale di Tokyo, a 97 anni. La notizia è stata resa pubblica soltanto il 27 agosto attraverso il suo studio e rapidamente ripresa dalla stampa internazionale. Aveva continuato a lavorare fino agli ultimi giorni.

Non ha mai progettato nel senso tradizionale del termine, eppure ha cambiato per sempre il nostro modo di stare all’interno di una stanza. Quando guardiamo un suo ambiente la prima cosa che salta è proprio il confine tra noi e quello che ci circonda. Il design di interni spinge da sempre verso l’ordine, la misura e la funzione, ma lei fa l’esatto opposto, prendendo lo spazio e trasformandolo nel riflesso di un’ossessione intima.

Per capire il suo impatto sulla cultura visiva e sull’abitare non serve ripercorrere la solita iconografia pop dei Polka Dots. Bisogna piuttosto guardare a cosa succede al volume quando viene invaso dalla sua mente. Nel suo lavoro l’architettura perde i suoi punti di appoggio soliti e diventa un’esperienza pura, dove l’oggetto arredo scompare per far posto a una sensazione.

Il linguaggio di Kusama è stato progressivamente ridotto a repertorio decorativo. Il punto della sua ricerca però non è il pattern. È ciò che il pattern fa allo spazio.

Un oggetto ricoperto di punti non è più semplicemente un oggetto decorato. Contenitore e contenuto cominciano a coincidere, fino a rendere incerta la distinzione fra corpo, superficie e ambiente. È qui che la pratica di Kusama incontra il design: nella capacità di trasformare la percezione dello spazio.

Chi era Yayoi Kusama

Yayoi Kusama nasce a Matsumoto, in Giappone, nel 1929. La sua infanzia è segnata da un rapporto conflittuale con l’ambiente familiare e da esperienze percettive che lei stessa avrebbe successivamente descritto come allucinatorie: motivi, reticoli, fiori e punti sembravano moltiplicarsi fino a occupare interamente il campo visivo. Si tratta di una condizione che Kusama trasformò consapevolmente in metodo. Il suo lavoro nasce, almeno in parte, dal tentativo di dare una forma controllabile a qualcosa che nella percezione si manifestava come incontrollabile.

Nel 1957 Kusama si trasferisce negli Stati Uniti e l’anno successivo si stabilisce a New York, entrando rapidamente nel circuito dell’avanguardia. Le Infinity Nets, grandi superfici costruite attraverso migliaia di piccoli archi e pennellate reiterate, diventano uno dei nuclei fondamentali della sua ricerca. Il Whitney Museum le considera anticipatrici di alcune procedure seriali che saranno associate al Minimalismo e all’arte concettuale.

Le sue tele non rappresentano l’infinito, ma lo producono attraverso la ripetizione. Il singolo segno è quasi irrilevante. Ciò che conta è la sua proliferazione. Quando la quantità aumenta, la tela diventa un campo e la distinzione fra figura e sfondo si perde.

L’artista descriveva il desiderio di misurare l’infinito dell’universo attraverso l’accumulo di particelle e immaginava la rete come qualcosa capace di oltrepassare la natura stessa della tela e occupare la stanza.

Il concetto di self-obliteration: la dissoluzione dei confini

Il passaggio dalla tela all’oggetto e dall’oggetto all’ambiente avviene negli anni ’60. Kusama comincia a ricoprire oggetti quotidiani, mobili e superfici con proliferazioni seriali. Le sue Accumulations, chiamate anche Compulsion Furniture, trasformano sedie, divani e altri oggetti attraverso l’aggiunta ossessiva di forme ripetute. Il Whitney Museum sottolinea come queste opere si distinguano dalle contemporanee esperienze Pop proprio per la loro qualità perturbante e per il rapporto con la dimensione psicologica dell’artista.

È interessante notare che la ripetizione che lei va a creare è così insistente da modificare la percezione dell’oggetto stesso. Il suo concetto di self-obliteration, ossia auto-annullamento, va letto proprio in questa direzione. L’annullamento non significa necessariamente distruzione ma, nel suo caso, perdita del confine percettivo. Un elemento viene ripetuto fino a confondersi con l’insieme.

Yayoi Kusama
immagine con Licenza Unsplash

I Polka Dots e i pattern

La riduzione dei Polka Dots a pattern commerciale è forse la forma più evidente di fraintendimento della sua opera.

Il punto di Yayoi Kusama è una forma elementare, quasi infantile, proprio per questo estremamente potente. Può essere isolato, ingrandito, moltiplicato, applicato a un oggetto, esteso a una parete o invadere un’intera architettura. Una volta ripetuto abbastanza a lungo, tende a cancellare la distinzione fra primo piano e sfondo. In questo senso il pattern non è decorativo ma diventa strutturale.

La differenza è importante anche per comprendere la fortuna commerciale di Kusama. Un pois applicato a una borsa o a un mobile può essere una citazione dell’artista ma non necessariamente ne conserva la logica. Il linguaggio di Kusama diventa davvero interessante quando la ripetizione modifica la scala, la profondità e la leggibilità di ciò che abbiamo davanti.

È la stessa ragione per cui le sue installazioni non possono essere comprese attraverso la fotografia che le documenta. L’immagine mostra un ambiente, ma l’opera consiste nell’essere dentro quell’ambiente. Vedere le sue creazioni dal vivo è un’esperienza unica.

Le Infinity Mirror Rooms

Le Infinity Mirror Rooms sono il punto in cui la ricerca di Kusama diventa anche architettonica.

La prima, Infinity Mirror Room – Phalli’s Field, risale al 1965. La stanza è rivestita di specchi e popolata da forme morbide ricoperte di punti. Lo specchio moltiplica gli oggetti, ma soprattutto moltiplica lo spazio che li contiene. La stanza non viene solamente ingrandita fisicamente ma perde i suoi reali confini.

Negli anni successivi Yayoi Kusama svilupperà questo principio con più complessità arrivando a creare qualcosa di mai visto prima. In Fireflies on the Water del 2002, conservata al Whitney Museum, un piccolo ambiente oscurato è rivestito di specchi, contiene una vasca d’acqua e 150 piccole luci sospese. L’effetto è quello di uno spazio in cui le luci reali e riflesse producono una profondità che fisicamente non esiste. Sembra quasi un’opera futuristica, uno spazio in cui perdersi.

Questa è architettura emotiva nel senso più preciso del termine proprio perché costruisce direttamente una condizione psicologica attraverso elementi spaziali. La luce orienta e contemporaneamente disorienta. Lo specchio dovrebbe dare profondità e invece crea una nuova superficie, ma incorporea. L’acqua stabilisce un orizzonte e poi lo moltiplica. Chi guarda si sente intermittente, replicato all’infinito e contemporaneamente senza posto.

La designer qui non crea semplicemente un’illusione ottica ma genera un conflitto fra ciò che il corpo sa e ciò che l’occhio vede. Credo sia la mia installazione preferita perché mette in discussione tutto ciò che crediamo sia spazio e presenza.

Cosa ci lascia Yayoi Kusama?

Yayoi Kusama ha lavorato fino alla fine di una vita lunghissima e singolare. Dopo il ritorno in Giappone nel 1973, visse volontariamente in una struttura psichiatrica a Tokyo, continuando a lavorare quotidianamente nel proprio studio. La sua biografia non può essere separata dalla sua arte, ma nemmeno può essere utilizzata per ridurre l’opera a una trascrizione della malattia. Sono molto affascinata da questa artista e la sua scomparsa mi ha scossa; è stata in grado di trasformare le sue esperienze percettive e psicologiche in veri e propri sistemi, e quei sistemi sono diventati nuovi codici di lettura che hanno cambiato il modo in cui le persone pensano e percepiscono l’ambiente.

La sua vita è stata una continua ricerca della cultura visiva contemporanea sul problema del limite.

E tu, conoscevi la sua storia?

Mariagrazia Repola – redattrice lifestyle, design e moda Glamcasamagazine

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