Ultima modifica 05/09/2025
Virgil Abloh è stato molto più che un designer, ma un vero e proprio pioniere di un nuovo linguaggio del lusso. Fondatore di Off-White e direttore artistico della linea uomo di Louis Vuitton, ha trasformato lo streetwear in un codice estetico legittimato dalle passerelle, unendo l’urgenza della strada al prestigio delle maison. Ha plasmato il ruolo stesso del direttore creativo, contaminandolo con la mentalità del remix tipica dell’hip-hop, con l’energia comunitaria dello skateboard e con la tensione al progresso sociale che lo spingeva a parlare a generazioni prima trascurate dal sistema del fashion system. Per questo era spesso definito il Karl Lagerfeld della sua epoca: un instancabile interprete del tempo presente, capace di muoversi con disinvoltura tra architettura, musica, arte contemporanea e marketing.
La sua forza non risiedeva solo nel talento estetico, ma nella capacità imprenditoriale di intuire dove stava andando la cultura e intercettarla con un’energia inesauribile, che si traduceva in progetti, collaborazioni e visioni che hanno ridefinito l’idea stessa di lusso.
Virgil Abloh non si è limitato a portare la strada nel cuore della haute couture, ma l’ha trasformata nella nuova grammatica della moda. Per lui il design non era l’atto di abbellire, ma di costruire sistemi e narrazioni.
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Chi era Virgil Abloh?
Nato nel 1980 da genitori ghanesi, è cresciuto nella periferia di Chicago, da sua madre ha imparato a cucire. Ha conseguito la laurea in ingegneria civile presso l’Università del Wisconsin-Madison nel 2002 e ha proseguito gli studi in architettura all’Illinois Institute of Technology. Ha raggiunto la notorietà come direttore creativo di Kanye West, con cui ha svolto uno stage da Fendi nel 2009. Nel 2010 infatti, fu nominato direttore creativo di Donda, la società creativa di West. Nel 2011 il rapper gli chiese anche di ricoprire il ruolo di direttore artistico per il suo album collaborativo con Jay-Z, Watch the Throne, che fece guadagnare al designer una nomination ai Grammy.
Ha lanciato la sua prima linea di moda, Pyrex Vision nel 2012, realizzandola dopo aver acquistato camice di flanella al prezzo di 40 dollari in stock da Ralph Lauren, vi serigrafò dei disegni e vendette ogni pezzo oltre i 500 dollari. Chiuse poi l’azienda un anno dopo poiché non la intendeva come un’impresa commerciale, ma piuttosto come un esperimento artistico. Ha collaborato con Matthew Williams e Heron Preston come parte di un collettivo chiamato Been Trill, prima di collaborare con l’azienda che sarebbe poi diventata New Guards Group (in seguito divenuto gruppo di produzione e distribuzione del brand) e lanciare Off-White nel 2013.
Nel 2017, ha presentato una memorabile collaborazione con Nike, decostruendo dieci delle sue sneaker più iconiche. Nel 2018 è succeduto a Kim Jones come direttore artistico della linea uomo di Louis Vuitton. Ha anche collaborato con IKEA per progettare mobili e tote bag comode. La collezione si chiamava Markerad ed è stata rilasciata ufficialmente il 1° novembre 2019. L’intento della collezione era quello di trasformare oggetti anonimi e quotidiani in elementi artistici pieni di significato.

Virgil Abloh in Louis Vuitton: il nuovo lusso
Prima che Virgil Abloh irrompesse sulla scena, la streetwear era un fenomeno di nicchia, un linguaggio codificato e accessibile che si era sviluppato dalla cultura del surf e dello skate in California per poi mescolarsi con elementi sportivi e della cultura hip-hop. Si concentrava su capi d’abbigliamento casual come jeans, magliette, cappellini da baseball e sneaker. A partire dagli anni ’90, marchi di lusso come Gucci e Fendi hanno iniziato a fare sporadiche apparizioni nei video musicali hip-hop, ma l’interazione con la streetwear rimaneva superficiale. La vera svolta è stata infatti la collaborazione tra Supreme e Louis Vuitton nel 2017. La capsule ha generato il 23% dei ricavi totali di LVMH nella prima metà del 2017.
La nomina di Abloh a Louis Vuitton l’anno successivo non è stata una coincidenza, ma il logico passo successivo: un’azienda che aveva provato con successo la formula del remix culturale ora affidava la sua linea maschile a chi ne aveva perfezionato quell’arte.
La sua mossa non è stata creare qualcosa di nuovo, ma posizionare qualcosa di esistente, la streetwear, come una vera e propria griffe, trasformandola da fenomeno di subcultura a una categoria di mercato strutturata. Il suo brand, Off-White, non a caso, si descriveva come la zona grigia tra il bianco e il nero, un punto di convergenza tra mondi un tempo opposti.
L’annuncio della sua nomina a direttore artistico di Louis Vuitton nel 2018 è stato un evento che ha scosso le fondamenta dell’industria della moda. Era la prima volta che un uomo afroamericano assumeva un ruolo di così alto profilo in una storica casa di moda francese. Lui stesso ha riconosciuto il peso del suo ruolo, volendo utilizzare la sua posizione per dare voce a un racconto che prima non era contemplato nel canone del lusso.
La sua prima sfilata ha fuso in modo definitivo i mondi della musica e della moda, dimostrando che l’alta moda poteva e doveva essere connessa con la cultura che la stava plasmando. Il suo lavoro a Louis Vuitton ha dimostrato che il lusso poteva essere più giovane, più inclusivo e anche più onesto.
Virgil Abloh ha spesso collaborato con l’artista giapponese Takashi Murakami, oltre a essere sempre stato un appassionato di musica; da ragazzo infatti faceva il DJ e, negli ultimi anni, ha anche iniziato a suonare a livello internazionale. Durante il Met Gala 2020, Abloh ha partecipato come DJ insieme a Florence Welch e Anna Wintour.
Vanta anche una citazione dal Time, essendo stato inserito, dalla famosa rivista, nella lista delle 100 persone più influenti al mondo nel 2018.
La visione artistica di Virgil Abloh
Virgil Abloh concepiva il capo d’abbigliamento come qualcosa di fluido, da smontare e rimontare, da ripensare costantemente in termini di funzionalità e forma. Per lui la moda era un laboratorio in continuo mutamento. Riconduceva la sua filosofia al concetto del ready-made di Duchamp: oggetti quotidiani che diventano arte attraverso il contesto, la trasformazione e la provocazione intellettuale. In questo senso, un capo non era solo ciò che indossi, ma diventa design con un punto di vista specifico inserito nella vita quotidiana delle persone. Questa intuizione si ricollega all’idea che la moda vera nasce per strada: è lì che le idee più potenti emergono, dove il consumatore diventa co-creatore e dove le tensioni culturali trovano espressione diretta. Abloh spiegava che la premessa dello streetwear non è solo design, ma consumo.
Tutto ciò che faccio è per la versione diciassettenne di me stesso.
Virgil Abloh

La morte prematura
Nel 2019 gli fu diagnosticato un angiosarcoma cardiaco, una forma rarissima di tumore. Scelse di mantenere riservata la malattia, continuando a lavorare senza renderla pubblica. È morto il 28 novembre 2021, a soli quarantuno anni, a Chicago.
Due giorni dopo, il 30 novembre, LVMH organizzò un tributo speciale durante la sfilata a Miami, intitolata Virgil Was Here. All’evento presero parte numerosi amici e collaboratori, tra cui Kanye West, Kim Kardashian, Rihanna, A$AP Rocky, Bella Hadid, Pharrell Williams, 21 Savage, e tanti altri ancora. In quell’occasione Louis Vuitton decorò anche le vetrine delle proprie boutique in tutto il mondo con la scritta Virgil Was Here.
Nello stesso giorno della sua morte, Kanye West rese omaggio all’amico durante il suo Sunday Service, accompagnando la cerimonia con la canzone Easy on Me di Adel.
Il funerale si svolse il 6 dicembre 2021 a Chicago, con la partecipazione di figure di spicco del mondo della musica e della moda insieme alla famiglia e agli amici più stretti.
Conobbe la sua futura moglie, Shannon Sundberg, ai tempi del liceo e i due iniziarono a frequentarsi da adolescenti. Dopo dieci anni di relazione si sposarono a Chicago nel 2009. Avevano insieme due figli.
La notizia della sua morte prematura ha lasciato un vuoto non solo nel mondo della moda, ma nell’intera cultura globale. Il suo lascito, tuttavia, si estende ben oltre i capi d’abbigliamento che ha disegnato. La sua influenza, ormai radicata in musica, arte, design e comunicazione visiva, è diventata parte integrante dell’architettura stessa della cultura pop.
Impossibile da dimenticare, Virgil Abloh era un genio, e chissà quante altre cose avrebbe potuto fare, se solo avesse avuto più tempo.
Mariagrazia Repola – redattrice Glamcasamagazine





















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