Ultima modifica 19/01/2026
Maison Margiela non è solo un brand di lusso, ma uno dei rarissimi casi in cui la moda diventa, dichiaratamente, un sistema di pensiero prima ancora che di stile. Lo stilista Martin Margiela ha da sempre scelto di usare le sue creazioni per mettere in discussione l’idea stessa di designer, di bellezza, di consumo, molto più concentrato a raccontare che, piuttosto, a proporre tendenze stagione dopo stagione.
Ecco la sua storia.
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Indice
Maison Margiela: la una rivoluzione silenziosa che ha smosso la moda
Negli anni 80 la moda si era trasformata in una macchina spettacolare, dominata dall’eccesso e da una teatralità che consacrava gli stilisti come vere e proprie figure mitologiche del successo. Il crollo finanziario del 1987 però segnò una frattura netta; il clima cambiò, e con esso anche il linguaggio della moda. Tornarono centrali la misura, l’essenziale, e una nuova idea di eleganza, meno ostentata. Il glamour urlato degli anni 80 lasciò progressivamente spazio a un’attitudine più riflessiva, portando l’attenzione a un fascino intellettuale. In questo contesto emerse Martin Margiela.
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Il giovane stilista belga non si limitava a decostruire solo i capi, ma metteva in discussione i meccanismi stessi della moda, analizzandone le strutture psicologiche e culturali. Lontano da ogni ricerca di visibilità personale, fece dell’anonimato la sua firma, ridefinendo le regole del sistema e anticipando il pensiero che avrebbe poi caratterizzato gli anni Novanta e oltre.
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Maison Margiela: gli inizi
Quando Maison Margiela nasce ufficialmente nel 1988, la moda è in una fase di assestamento profondo: la sbornia di lusso spettacolare degli anni 80 sta iniziando a mostrare le prime crepe e il crollo della borsa del 1987 segna simbolicamente la fine di quell’euforia senza limiti tipica del decennio in corso. Le passerelle sono ancora dominate da power suit, volumi maxi, show teatrali e stilisti osannate come divinità, ma c’è un crescente desiderio di un linguaggio più critico, meno legato allo status e più vicino alla sperimentazione concettuale.
In questo scenario, Anversa gioca un ruolo decisivo. La città, grazie alla Royal Academy of Fine Arts e a una scena underground fatta di club, warehouse party e cultura visiva molto avanzata, diventa negli anni 80 un laboratorio di moda radicale, capace di sfidare il dominio delle tre grandi Parigi‑Milano‑Londra. È qui che si forma Martin Margiela, laureato alla stessa accademia e spesso associato al gruppo degli Antwerp Six – Ann Demeulemeester, Dries Van Noten, Walter Van Beirendonck, Marina Yee, Dirk Bikkembergs e Dirk Van Saene – con cui condivide la stessa matrice belga, la stessa formazione e un analogo rifiuto del prêt‑à‑porter commerciale come unica via.

Margiela e gli Antwerp Six
Pur essendo talvolta definito il +1 degli Antwerp Six, Margiela sceglie fin da subito una traiettoria laterale. Mentre il gruppo si fa conoscere collettivamente alla British Designer Show di Londra nel 1986, Margiela ha già lasciato Anversa per lavorare a Parigi con Jean Paul Gaultier, immergendosi nel cuore dell’alta moda spettacolare che poi decostruirà a modo suo.
Il punto di vista del designer: se gli Antwerp Six condividono con lui l’approccio decostruttivo, l’attenzione alla struttura del capo e la volontà di sovvertire codici consolidati, lo fanno spesso mantenendo una riconoscibilità autoriale forte (poetica dark per Demeulemeester, rigore grafico per Van Noten, ironia pop per Van Beirendonck). Margiela, invece, sposta il focus, e non tanto sull’io, quanto sul processo, sull’oggetto e sul sistema moda stesso, fino a cancellare la propria presenza pubblica (e il proprio volto) per lasciare parlare il metodo e il collettivo.
Gaultier stesso riconobbe nel giovane designer un talento talmente definito da non necessitare di ulteriore apprendistato. Nel 1988, la decisione di fondare la propria etichetta con Jenny Meirens segnò l’inizio di una collaborazione simbiotica. Meirens gestì la struttura aziendale permettendo a Margiela di creare senza freni.
La scelta dell’anonimato di Maison Margiela
Margiela sceglie di non comparire, di restare anonimo, di non farsi nemmeno fotografare e perfino di parlare di sé al plurale per spostare l’attenzione da chi firma al cosa viene messo in circolo, e quindi abiti e processi, usando una narrazione collettiva. La decisione di non farsi fotografare, di evitare interviste, di non uscire in passerella, di sostituire il logo con un’etichetta bianca cucita con quattro punti e di coprire i volti delle modelle, crea un cortocircuito nel sistema dell’epoca, rifiutando tutti i codici classici del branding. Il risultato non si fa attendere: meno il designer si mostra, più il marchio diventa oggetto di culto. E ancora, Margiela rifiuta la centralità del genio individuale, tanto ricercata dai suoi colleghi, e sceglie di presentare la Maison come soggetto collettivo.
Piccola curiosità: quando Annie Leibovitz si presentò per scattare foto allo stilista per Vogue nel 2001, Martin Margiela lasciò la sua sedia vuota e il suo team in posa senza di lui.
Il concetto di decostruzione secondo Margiela

Decostruire, per Margiela, significa prendere il capo finito, aprirlo, invertirlo, sezionarlo e ricomporlo in modo da rendere visibile ciò che di solito è nascosto: struttura, tempo, usura, memoria dei materiali.
Le collezioni della Maison hanno da sempre messo a nudo le componenti interne del vestito: capi cuciti al rovescio, maniche mancanti, orli grezzi non rifiniti, il tutto sottolineato da una sartorialità e una fattura impeccabili. Questo approccio è importante perché rivela il tempo e il lavoro necessari alla produzione di un capo. Persino le sue etichette erano originariamente vuote.
La decostruzione diventa quindi linguaggio. Margiela usa la forma per criticare l’ossessione per il finito e per proporre una nuova idea di bellezza, legata alla trasformazione. Ad esempio, un maglione fatto di calzini è uno dei capi più iconici di Maison Margiela. Ha persino pubblicato le istruzioni su come realizzarne uno da soli, utilizzando otto paia di calzini.
La scelta del bianco come codice
Il bianco è il codice visivo per eccellenza di Maison Margiela. Nei suoi atelier, le pareti, i mobili e persino gli oggetti d’uso quotidiano sono ricoperti di vernice bianca o teli di cotone bianco. Questo ambiente, descritto come una utopia bianca, serve a eliminare le interferenze visive e a focalizzare l’attenzione creativa sulla forma e sulla texture. Tutti nel suo atelier, fino allo stilista stesso, indossano camici bianchi.
Il bianco simboleggia la forza della fragilità e la fragilità del passare del tempo. Un’espressione di unità, purezza e onestà. Non è mai solo bianco, ma di più: bianchi, tutte le sfumature possibili!
L’estetica di Maison Margiela
Ogni stilista ha i propri codici stilistici, che si tratti di un capo chiave rivisitato ogni stagione, di dettagli distintivi o di motivi ricorrenti. Componenti così forti che non è nemmeno necessario fare riferimento al marchio per scoprirne chi li ha pensati. Per questo, Martin Margiela gioca un campionato a parte, avendo stabilito rigorosi codici fin dall’inizio. Ogni elemento è pensato per spostare il focus dal logo alla costruzione, dal nome alla struttura.
Le Tabi, introdotte in passerella nel 1988, sono forse il codice più riconoscibile della Maison. Si tratta di una scarpa a punta spaccata che separa l’alluce dalle altre dita, ed è ispirata alle calzature tradizionali giapponesi usate con i sandali infradito fin dal XV secolo. Oggi le vediamo praticamente ovunque declinate in innumerevoli forme, come ballerine, sneakers o mocassini.
Abbiamo poi il sistema di etichette. L’etichetta bianca fissata da quattro punti, pensata per essere, volendo, rimossa, è il contrario di un logo ostentato a caratteri cubitali. Tuttavia, nel tempo, questo segno di invisibilità è diventato uno dei simboli di riconoscimento più iconici. Dal 1997, il sistema delle etichette è stato integrato con una griglia numerica da 0 a 23, dove un cerchio indica la linea di appartenenza del capo.
C’è anche un forte lavoro di riciclo. Usare capi esistenti, presi in stock, oggetti non di moda per costruire pezzi couture è una forma di decostruzione e di rilettura del valore. Il valore del capo non è tanto nella novità, ma nella quantità di lavoro, tempo e ingegno che trasformano scarti e capi vintage in couture. Ha persino creato un’intera collezione Replica con abiti vecchi.
In Margiela troviamo anche silhouette oversize che trasformano il corpo. Tecnicamente, questi volumi sembrano troppo grandi, come capi maschili adattati per il corpo femminile, giacche squadrate che ridisegnano la linea della spalla, ma anche riproduzioni di abiti per bambole scalate a grandezza reale. Tutti gli stilisti intorno a lui imponevano silhouette aderenti e sensualità, ma Margiela propose di indossare abiti oversize. All’epoca, non fu capito, ma divenne tendenza qualche decennio dopo. In effetti, dovremmo ringraziare Demna Gvasalia per questo.
Ispirandosi all’opera di Marcel Duchamps, la decostruzione dei pezzi di Margiela mira a decontestualizzare la sua moda, le convenzioni che dovrebbe seguire e le previsioni che dovrebbe soddisfare.
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La Maison Margiela dopo Martin Margiela
Dopo il ritiro del fondatore, la Maison ha attraversato un periodo di gestione affidata al team interno, di cui faceva parte anche lo stilista Demna Gvasalia. Nel 2014 però, con l’acquisizione da parte di Renzo Rosso, c’è stata anche la nomina di John Galliano come direttore creativo. Qui il linguaggio narrativo diventa più esplicito, mantenendo però intatti i codici di fondo: decostruzione, sperimentazione, attenzione al processo. Ora la direzione è nelle mani di Glenn Martens.
A oggi, Maison Margiela resta uno dei pochi esempi di brand che è riuscito a mantenere una coerenza assoluta nonostante i cambiamenti del settore. Il passaggio del testimone a Glenn Martens nel 2025 rappresenta un’ulteriore evoluzione. Anche Martens si è formato ad Anversa ed è noto per il suo lavoro di decostruzione ironica e sperimentale presso Y/Project e Diesel.
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Mariagrazia Repola – redattrice lifestyle Glamcasamagazine





















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